La citazione come scelta narrativa, la devozione verso l’Italia, uno stile che ha influenzato il cinema dell’ultimo quarto di secolo. Con The Hateful Eight, Quentin Tarantino completa la sua riflessione sulle origini del Male

Una filmografia che sembra procedere per trilogie. Con gli esordi all’insegna dell’hard boiled, con Le iene, Pulp FictionJackie Brown, Quentin Tarantino mette in tavola le sue carte di cinefilo accademico, cresciuto, nella videoteca di Manhattan Beach dove faceva il commesso, nutrendosi di noir americani, poliziotteschi italiani, Spaghetti western ma anche di romanzi di Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Eddie Bunker e molti altri.

Per lui viene appositamente recuperato un vecchio termine, molto in voga tra le due guerre: Pulp (polpa, materia informe), usato per indicare la letteratura di genere, “a buon mercato”, i “b-movies”, i fumettacci polizieschi o d’avventura stampati su carta grezza, venduti agli angoli di strada delle grandi metropoli americane dagli anni ‘30. Quentin riesce a sintetizzare questo bagaglio pop, sublimandolo in un caleidoscopio multiforme di citazioni e giochi di filologia filmica, coronato dall’Oscar, con Roger Avary, per la sceneggiatura di Pulp Fiction nel ’95 (solo uno dei numerosi premi vinti dal film).

Kill_Bill_ tarantinoSegue la seconda trilogia: Kill Bill, Kill Bill vol. 2 e il forse troppo teorico Grindhouse – A prova di morte. Dal noir, l’intento satirico si sposta verso il genere exploitation, quello che ricorreva a violenza e scene a tinte fortissime per scioccare le platee di bocca buona: su pellicola traballante scorrevano molte arti marziali, sadismo, erotismo, figure criminali perverse, spesso di sesso femminile, autentiche miniere di forza distruttiva.

“Se mi spari solo in sogno è meglio che ti svegli e mi chiedi scusa” dice ridendo Harvey Keitel a Michael Madsen all’inizio de Le iene. Battuta tratta dal romanzo poliziesco Cane mangia cane, proprio di Eddie Bunker, ex-rapinatore divenuto scrittore. E Bunker è lì, seduto allo stesso tavolo, nella parte di Mr. Blue. Prima del bagno di sangue finale, il boss Joe Cabot annuncia ai superstiti della rapina che gli altri sono morti. “Mr. Blue è morto?” “Più morto di Dillinger”. E Cabot è Lawrence Tierney, diventato famoso proprio interpretando il gangster John Dillinger, nel 1945.

Per Tarantino la citazione non è un vezzo. È una ragione di vita, oltre che una precisa scelta stilistica. Non servono inizi sincopati né montaggi frenetici. La conoscenza con buoni e cattivi si fa a tavola, in macchina o seduti in una diligenza, mentre si chiacchiera del più e del meno, di hamburger, mance, hits di Madonna, rapine nei ristoranti, razzismo, lettere di Abramo Lincoln.

Quent dichiara a più riprese il suo amore per il cinema italiano anni ’70. La celebre sequenza del taglio dell’orecchio ne Le iene lascia trasparire delle assonanze con la scena di Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci in cui Florinda Bolkan viene linciata perché accusata di essere un’infanticida. Entrambe le sequenze infatti si consumano mentre una radio diffonde note di musica leggera totalmente estranee alla mostruosa violenza che si sta svolgendo. Fulci torna in grande stile in Kill Bill, con Uma Thurman che si risveglia dal coma sulla musica di Sette note in nero e, soprattutto, con la citazione dell’estrazione dell’occhio, “soluzione” molto amata dal regista romano.

pulp_fiction_tarantinoCosì come i personaggi di John Travolta e Samuel L. Jackson in Pulp Fiction sembrano decisamente parenti stretti di Henry Silva e Woody Stroode in La mala ordina, poliziesco del 1972 di Ferdinando Di Leo. Sempre riguardo alla sua opera seconda, difficile non sospettare che Tarantino si sia lasciato influenzare, inventando il pugile suonato Bruce Willis, dal gangster in disarmo Gastone Moschin in un altro grande noir di Di Leo, Milano calibro 9. E ancora in Jackie Brown Bridget Fonda, in perenne trance, lascia scorrere in tv La belva col mitra di Sergio Grieco.

Enciclopedico anche il gioco di citazioni verso il cinema americano. Il film preferito in assoluto di Quentin è Un bacio e una pistola (1955) di Robert Aldrich. La trama ruota su una misteriosa valigetta che, se aperta, emana uno strano bagliore. Come la ventiquattrore che farà attraversare mille peripezie a Jules e Vincent. In A prova di morte, lo stuntman-serial killer Kurt Russell esibisce un pupazzo a forma di anatra sul cofano della sua auto-mattatoio. È la stessa anatra che, nel 1978, fa da mascotte al camionista rivoluzionario Kris Kristofferson nella sua corsa verso il Messico e la libertà in Convoy – Trincea d’asfalto di Sam Peckinpah. Non ci sono più né miti, né soprusi da combattere, né terre promesse da raggiungere, sembra dirci Quent. La strada, da sempre icona dello spirito della Grande frontiera, è diventata simbolo di una corsa verso la distruzione.

Quentin Tarantino nasce a Knoxville, Tennessee, il 27 marzo 1963. Il suo nome è una citazione: sua madre Connie ha voluto chiamarlo come il personaggio di Burt Reynolds in Gunsmoke, il suo telefilm preferito. Papà Tony li abbandona quasi subito; il piccolo Quentin si trasferisce con la madre a Los Angeles. Non è esattamente un bambino modello. Gli amici dell’epoca dicono che è un miracolo che non sia finito male. A 15 anni si fa arrestare per aver rubato in un negozio il romanzo The Switch di Elmore Leonard. Anni dopo, da Rum Punch, dello stesso autore, Quent trarrà Jackie Brown.

Nel 1984 inizia a lavorare in una videoteca. Nel 1987 scrive Una vita al massimo. Sarà diretto nel 1993 da Tony Scott e Quentin si dichiarerà sostanzialmente soddisfatto del risultato. Nel 1989 deposita lo script di Assassini nati, acuta riflessione sul potere dei media di glorificare anche i criminali, che Oliver Stone trasformerà, nel 1994, in un’allucinata e paranoica invettiva politica. Tarantino rinnegherà la sua opera.

Da commesso alla Video Archive di Manhattan Beach si appassiona, tra i tanti generi, anche alla Nouvelle Vague. La sua società di produzione in seguito si chiamerà Bande à part, come l’amatissimo noir di Jean-Luc Godard. Altri due film che lo colpiscono profondamente: Au revoir les énfants di Louis Malle (che lui storpia in Reservoir film) e Straw dog (Cane di paglia) di Sam Peckinpah. Nel 1991 Quent esordisce finalmente alla regia con un suo copione scritto in tre settimane: Reservoir dogs, che da noi diventerà Le iene. Il film, concepito con l’amico Steve Buscemi (che sarà uno strepitoso Mr. Pink), viene realizzato con la produzione esecutiva del santo protettore dei registi squattrinati, Harvey Keitel.

Tarantino appartiene alla generazione che non ha visto il cinema solo sul grande schermo. Questo influenza molto il suo stile e la sua concezione dei tempi cinematografici. Visto in vhs, sul televisore, il ritmo del film può essere alterato, decelerato, sincopato, bloccato.

A tratti, nell’universo tarantiniano cinema e tv si fondono irrimediabilmente, come con la scelta di Pam Grier, eroina del cinema black e star della televisone anni ’80, per il ruolo di Jackie Brown. O per l’inserimento di David Carradine, protagonista della serie Kung Fu, e di Sonny Chiba in quel supremo atto d’amore verso il cinema di arti marziali che è Kill Bill. Nello stesso film, la musa n. 1 di Tarantino, Uma Thurman, insieme a Daryl Hannah e Lucy Liu, sembra quasi formare una versione oscura e criminale delle Charlie’s Angels.

the-hateful-eight tarantinoThe Hateful Eight, valso finalmente un Oscar alla colonna sonora di Ennio Morricone, suggella la terza trilogia, quella per ora più ambiziosa dell’autore del Tennessee, iniziata con Bastardi senza gloria e Django unchained (secondo Oscar per la migliore sceneggiatura originale, nel 2013). Le citazioni sono sempre evidentissime. Inglorious basterds è un titolo originale ancora una volta preso in prestito dai nostri anni ’70, stavolta da Enzo G. Castellari. Per non parlare degli omaggi presenti in Django (cameo di Franco Nero in primis). Anche qui Tarantino si diverte a sfogare il suo gusto per la citazione televisiva, inserendo nel cast Bruce Dern, Tom Wopat (Luke Duke di Hazzard) e la star di Miami Vice Don Johnson.

The Hateful Eight chiude il cerchio. Samuel L. Jackson come versione black di Lee Van Cleef in Per qualche dollaro in più. Kurt Russell abbigliato come un Bud Spencer “pre-Trinità”. Più che al nominatissimo Sergio Leone, il west di Tarantino sembra rifarsi a quello assiderato e nevrotico dei Corbucci-Valerii-Kinski-Franco Nero etc. L’eterno manto nevoso è quello de Il grande silenzio; la locanda infernale in mezzo al nulla è quella di Una ragione per vivere, una per morire; il crocifisso iniziale introduce nell’alone mistico-pauroso alla Sergio Garrone. Mai prima d’ora un Quent così vicino all’horror, con Jennifer Jason Leigh tramutata in una maschera di sangue in stile La casa di Sam Raimi e un finale che piacerebbe a John Carpenter. Tarantino completa il suo trittico sulle origini del Male, visto come qualcosa di non “banale”, ma di assolutamente studiato, voluto, costruito mattone dopo mattone e presente ad ogni gradino della scala sociale e politica.

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