Ha firmato pietre miliari del cinema e rischiato più volte la rovina finanziaria. Una carriera di molteplici cadute e resurrezioni per Francis Ford Coppola rimasto sempre fedele alla sua poetica.

Remota come un miraggio in Apocalypse Now, straziata dai tributi di sangue imposti dalla Storia in Giardini di pietra, disfunzionale ne I ragazzi della 56° strada e Rusty il selvaggio, onirica come una rievocazione dickensiana in Peggy Sue si è sposata, idilliaca in La vita senza Zoe, palcoscenico shakespeariano nella saga de Il Padrino. Punto focale del cinema di Francis Ford Coppola è la famiglia. Nell’universo coppoliano, i legami di sangue sembrano essere l’unica bussola con cui l’individuo può sperare di orientarsi (speranza spesso vana) in un mondo in cui è completamente abbandonato a se stesso, senza nessuna legge, senza nessuna etica condivisa, né volontà superiore che possa guidarlo.

E nella sua carriera, Coppola sarà sempre attentissimo a valorizzare il contributo dei suoi familiari. Fa recitare sua madre, Italia Pennino, in Un sogno lungo un giorno e Il Padrino – Parte II; sempre per la trilogia dei Corleone fa comporre a suo padre Carmine, musicista e direttore d’orchestra, molte musiche da affiancare al tema principale di Nino Rota; impiega a più riprese la sorella Talia Shire e il nipote Nicolas Cage; dedica a suo fratello August Rusty il selvaggio (il suo cinema è popolato da fratelli maggiori); sua moglie Eleanor realizza un documentario su Apocalypse Now; avvia al cinema i tre figli: il produttore Giancarlo, morto giovanissimo nel 1986, i registi Roman e Sofia.

Il suo secondo nome deriva dall’Henry Ford Hospital di Detroit, dove Francis Ford Coppola nasce, il 7 aprile 1939. Quando ha due anni, suo padre, professore di flauto, entra nella NBC Symphony Orchestra di Arturo Toscanini e la famiglia si trasferisce a New York, nel Queens. A 8 anni Francis si appassiona al cinema, lo diverte soprattutto il montaggio. Deve trascorrere mesi a letto, affetto da poliomelite. Durante la lunga attesa forzata, il suo estro artistico si fa multiforme: ama la musica, il teatro delle marionette, i fumetti, si esercita per diventare ventriloquo. Dopo gli studi superiori all’Accademia militare si iscrive alla scuola teatrale dell’Università di Hofstra, dove si cimenta come librettista d’opera e allestisce numerosi spettacoli. Anche il teatro è un vizio di famiglia: suo nonno materno era il compositore Francesco Pennino, autore di Senza Mamma, il dramma a cui assiste Vito Corleone-De Niro al momento del primo incontro con il boss Gastone Moschin ne Il Padrino – Parte II.

Nel 1959 inizia a studiare cinema all’Università della California e lavora come factotum nella factory di Roger Corman, il guru del cinema low budget, maestro, tra gli altri, di Martin Scorsese, Peter Bogdanovich, Jack Nicholson, Jonathan Demme. Nel 1963, finanziato dal suo mentore con 20mila dollari, dirige l’horror Terrore alla tredicesima ora. Sotto il tirocinio con Corman si appassiona al lavoro di sceneggiatore. Nel 1965 scrive Patton, generale d’acciaio che nel ’71 gli vale il primo Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Affermatosi nella regia (Buttati Bernardo!, Sulle ali dell’arcobaleno, Non torno a casa stasera), nel 1969 esordisce anche come produttore, fondando la American Zoetrope.

All’inizio degli anni ‘70, la svolta. La Paramount gli affida l’ambiziosa trasposizione di un romanzo d’ambiente mafioso: Il Padrino di Mario Puzo. Coppola vuole un protagonista dalla fisionomia indiscutibilmente italiana e si batte con i produttori per affiancare a Marlon Brando il semisconosciuto Al Pacino. Tre Oscar (al sequel ne andranno 6) e un respiro epico assolutamente inedito per un film di gangsters sanciscono la nascita di una saga che cambia il cinema e spedisce Francis Ford Coppola nell’olimpo del grande schermo. Dopo una stirpe di mafiosi, resta digiuno di statuette ma vince la Palma d’Oro a Cannes e conquista definitivamente la critica grazie a un detective privato: Harry Caul, il Gene Hackman occhialuto e impiegatizio de La conversazione, ossessionato dall’idea che una sua intercettazione ambientale possa preannunciare un omicidio.

Proprio quando la sua carriera sembra scivolare sul velluto, arriva la prova del fuoco di Apocalypse Now. Nel 1976 ha iniziato a lavorare, insieme a John Milius, a una riduzione del romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad, spostando l’ambientazione nella Guerra del Vietnam. Durante le riprese nelle Filippine accadono sventure di ogni tipo. Uragani, controversie legali, scontri politici con il governo locale, un infarto di Martin Sheen, problemi di salute e una crisi coniugale per Coppola stesso, guerra aperta con Marlon Brando, con cui il rapporto è ormai deterioratissimo. Il regista investe nel progetto tutto quello che ha. I tempi si allungano a dismisura, il film esce con due anni di ritardo, nel 1979. E sulle prime pubblico e critica sembrano scioccati. Ma col passare del tempo, tutti iniziano ad apprezzare il capolavoro.

Gli anni ’80 trascorrono tra grandi successi, Rusty il selvaggio, I ragazzi della 56° strada, Peggy Sue si è sposata, e cocenti fallimenti al botteghino che gli fanno rischiare il lastrico, come Un sogno lungo un giorno, Cotton Club, Giardini di pietraTucker. Il Padrino – Parte III, nel 1990, sembra quasi una scelta di andare sul sicuro.

Torna a segnare l’immaginario collettivo con Dracula di Bram Stoker, nel 1992. Il vampiro si allontana parecchio dai suoi predecessori cinematografici e diventa l’archetipo coppoliano dell’Individuo martoriato dalla sofferenza e oppresso da un destino ostile, in questo caso aggravati dalla non mortalità. Lo strepitoso, camaleontico principe delle tenebre Gary Oldman, con un’acconciatura che farà la felicità di una generazione di parodie, è un nuovo Vito Corleone e un nuovo Walter E. Kurtz: un’icona barocca e volontariamente eccessiva, che sfida l’inverosimiglianza per apparire assolutamente, meravigliosamente credibile. Non gli è da meno il resto del cast, guidato da un implacabile Anthony Hopkins-Van Helsing. L’ennesimo rischio coronato dal successo per Coppola. Tra i grandi registi contemporanei, probabilmente quello che ha conosciuto più alti e bassi (al botteghino, non nella potenza cinematografica) rimanendo però sempre fedele alla sua poetica dell’Uomo destinato e cercare da solo il suo posto nel mondo.

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