600mila metri quadrati, 73 edifici, 16 teatri di posa, alla sua nascita Cinecittà vuole rispecchiare l’idea di cinema come “arma più forte” dello Stato. Dopo la guerra, diventerà il megafono della ricostruzione culturale dell’Italia.

Quando viene inaugurata, alla presenza di Mussolini e delle alte cariche del regime, nessuno si sogna di definire Cinecittà la “Hollywood sul Tevere”. Quella struttura da 600.000 mq all’angolo tra la Tuscolana e Via di Torre Spaccata, alla periferia sud-orientale di Roma, indica la volontà di investire nel cinematografo e convogliarne la potenza e la capacità di attrazione delle masse al servizio degli obiettivi dello Stato. 73 edifici, 16 teatri di posa, una rete stradale di 40.000 mq e 35.000 di mq di verde, il complesso vuole essere una filiera per curare la produzione filmica in ogni sua fase, dall’idea di base fino alla proiezione in sala.

Il fascismo è da subito ligio alla definizione mussoliniana del cinema come “arma più forte”. Nel 1925 è nato l’Istituto Luce, (L’Unione Cinematografica Educativa), ente di produzione di film didattici e documentari. Nel 1934 è istituita, nell’ambito del Ministero per la Stampa e la Propaganda, la Direzione Generale per la Cinematografia, con a capo Luigi Freddi. Nel 1935, è la volta dell’Enic, Ente Nazionale Industrie Cinematografiche, che si occupa di produzione e distribuzione, e del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Cinecittà nasce dalle ceneri della Società di Produzione Cines. Non è un modo di dire, visto che, la notte del 26 settembre 1935, un incendio ne devasta gli stabilimenti di Via Veio. Freddi coglie l’occasione per presentare il progetto di una “Città del cinema”. L’iniziativa è privata ma ottiene una sovvenzione di 4 milioni di lire dal Ministero delle Finanze. A capo della nuova Società Cinecittà c’è il costruttore Carlo Roncoroni, gerarca e amico di Freddi, proprietario della Cines da soli tre mesi. Iniziati nel gennaio del ’36, i lavori vengono completati a tempo di record nell’aprile del ’37, dopo 457 giorni.

La prima opera legata al nuovo corso di Cinecittà (anche se le scene effettivamente girate al suo interno sono poche) è Scipione l’Africano di Carmine Gallone. Il bilancio iniziale della Città del cinema è zoppicante. Nel 1937 vengono prodotti solo 33 film, l’anno successivo 45. Roncoroni muore nel 1938, lasciando i conti in deficit. Il regime interviene, rilevando Cinecittà nel 1939. Nel 1940, lo Stato assume il controllo dell’intero ciclo industriale cinematografico. Quell’anno, i film prodotti salgono a 86.

Anche Cinecittà viene travolta dalla guerra. Adibita a campo profughi, anche se inservibile dal punto di vista tecnico, diventa palcoscenico naturale della volontà di ricostruzione che pervade il Paese. La “Hollywood sul Tevere” è nata.

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