Un anno sull’altipiano, il feroce ricordo della Grande Guerra

Al Teatro dell’Orologio di Roma, in scena fino al 29 marzo, il coinvolgente recital musicale “Un anno sull’altipiano”, tratto dall’omonimo memoriale di Emilio Lussu sull’atrocità della Prima Guerra Mondiale

Cos’è stata la Prima Guerra Mondiale? Come si può trasmettere l’orrore della Grande Guerra? A queste domande cerca di rispondere “Un anno sull’altipiano“, pièce teatrale che alterna momenti di prosa e di musica. Andato in scena al Teatro dell’Orologio di Roma, lo spettacolo, recitato in parte da Daniele Monachella, trae la sua linfa vitale dal libro omonimo di Emilio Lussu. Il memoriale, scritto alla fine degli anni ’30, ripercorre la sua esperienza sull’altipiano di Asiago durante la Prima Guerra Mondiale.

Lussu, grazie a una scrittura asciutta e alla costruzione di una narrazione episodica e sconnessa, trasmette al lettore tutto il non-senso della guerra e il suo profondo orrore sanguinario. Senza contare che gran parte del racconto è un’accusa inappellabile contro una classe gerarchica così incomprensibile e alienata da essere nella peggiore delle ipotesi crudele e nella migliore totalmente impreparata.

Lo spettacolo riesce a trattare questi temi delicati senza sminuirli. Ciò si deve, innanzitutto, alla scelta di riproporre allo spettatore interi episodi del libro di Lussu. Una scelta di brani che mostrano da una parte la vita quotidiana in trincea, dall’altra i concitati momenti di guerra. Il monologo evita, così, eventuali ridondanze, riducendo al midollo il testo originale.

grande guerraParticolare attenzione è stata posta, inoltre, alle radici sarde di Lussu. Il recital, infatti, è dedicato non solo all’autore e ai caduti di ogni guerra, ma anche al popolo sardo. Il prologo, inesistente nel libro, è una vera e propria invettiva politica contro una borghesia che sfrutta e manda a morire le classi più povere: in particolare minatori, operai, artigiani sardi, nel caso di Lussu e del suo battaglione. Nonostante, il testo sia recitato in un italiano perfetto, senza flessioni dialettali, questa vena etnica emerge prepotentemente dalla musica.

La musica è sicuramente il cuore di questo spettacolo, coinvolgendo e appassionando lo spettatore. Il duo musicale è composto da Andrea Congia alla chitarra elettrica (e agli effetti) e Andrea Pisu alle percussioni e alle launeddas, strumento a fiato tipicamente sardo formato da tre canne. La melodia spesso rabbiosa della chitarra elettrica e quella più malinconica, quasi struggente, delle launeddas, fanno da contraltare alla narrazione, divenendo un vero e proprio terreno su cui s’innesta la voce di Daniele Monachella.

Se alcuni momenti di vita in trincea appaiono più monotoni (ad esempio l’incontro con un vecchio compagno) con il rischio di far calare l’attenzione allo spettatore, i momenti migliori si hanno quando voce e musica diventano un tutt’uno. Proprio come in occasione della scena in cui gli italiani hanno ricevuto l’ordine di caricare contro la trincea nemica. Le percussioni sono martellanti, la chitarra furiosa e distorta. La voce un magma, le parole incomprensibili. E la guerra deflagra in sala.

“Un anno sull’altipiano” nel momento di dover trasmettere l’orrore che fu proprio della Grande Guerra non lo mostra visivamente. La scenografia, infatti, è ridotta ai minimi termini e gli fanno eco i costumi. I tre artisti sono vestiti con abiti scuri contemporanei, quasi fossero inghiottiti dal buio circostante. Il fulcro dello spettacolo si affida alla musica e alla voce, cercando, e trovando, un racconto più uditivo ed emotivo, che visivo e razionale. La rappresentazione, così, colpisce nella carne viva e fa male. Proprio per questo, nel centenario della Prima Guerra Mondiale, “Un anno sull’altipiano” è uno spettacolo così importante.

di Samuele Petrangeli

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