Lo schermo dietro le sbarre: il carcere su pellicola

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Lo schermo dietro le sbarre: il carcere su pellicola

Il carcere sullo schermo. Luogo privilegiato del cinema di denuncia civile, metafora della lotta dell’individuo contro il “sistema” o addirittura contro le forze della natura, il genere carcerario ha segnato la storia della celluloide.

Fortezza armata contro gli attacchi dei sudisti, carcere militare, penitenziario federale di massima sicurezza. Il destino di Alcatraz è sempre stato diventare una struttura d’avanguardia, salvo poi essere dismessa perché troppo dispendiosa. Oggi l’isola, sferzata dal vento e ricca di verde, raggiungibile su un traghetto al 100% non inquinante, è il cuore della riserva naturale della Baia di San Francisco. Nei suoi 29 anni da carcere giudiziario ha ospitato i 1.500 reclusi più pericolosi d’America, Al Capone su tutti. Dal 1934 fino alla chiusura nel 1963, ad opera del ministro della Giustizia Robert Kennedy, è stata uno dei luoghi che hanno sinistramente plasmato l’immaginario collettivo del Grande Paese. Se trasgredisci le regole della società ti mandano in prigione, se trasgredisci le regole della prigione ti mandano ad Alcatraz. È leggibile tuttora all’ingresso. La prigione da cui era impossibile fuggire e in cui si non si forgiavano buoni cittadini, ma buoni detenuti.

Visioni radicali: Fuga da Alcatraz

Visitarla dal vivo fa meglio apprezzare la scientifica nitidezza e il realismo con cui nel 1979 Don Siegel la fotografa, in un capolavoro del suo sodalizio con Clint Eastwood, tratto da una storia vera: Fuga da Alcatraz, cronaca dell’unico tentativo di evasione classificato come riuscito nella storia dell’istituto. Quello attuato da Frank Morris e dai fratelli John e Clarence Anglin, la notte dell’11 giugno 1962.

L’interprete anarchico di destra e il regista radicale di sinistra degli anni ’70 non possono che partorire un’opera secca, paradigmatica, senza sfumature né implicazioni morali. Va in scena la disfida suprema tra il sistema e l’individuo. Se il sistema è il carcere, la ribellione dell’individuo è la fuga.

Robert Redford, il genere “riformista”

La via “riformista” al cinema penitenziario è percorsa nel 1980 da uno dei campioni della Hollywood liberal, Robert Redford che in Brubaker di Stuart Rosenberg è un direttore fermamente intenzionato a riportare legalità e dignità nel suo istituto. Il suo desiderio di giustizia non si fermerà nemmeno quando diventerà controproducente. Nel 1967, Rosenberg aveva diretto “dietro le sbarre” un altro divo democrat, Paul Newman, in Nick Mano Fredda.

Nel 2001, Redford torna a lottare da dietro le sbarre. Ne Il castello di Rod Laurie, è un generale condannato ingiustamente che decide di riportare la legge nel carcere militare tiranneggiato dall’infido colonnello James Gandolfini. Dello spirito New Hollywood nemmeno più l’ombra, poca verosimiglianza, ma grande azione e grandi interpreti.

Ordinaria ingiustizia italiana: Detenuto in attesa di giudizio

Alberto Sordi è un imprenditore trapiantato in Svezia che torna in vacanza in Italia e viene ingiustamente arrestato. Italia, 1971, l’alba degli Anni di piombo. Lo shock della strage di Piazza Fontana è vivissimo; nelle fabbriche e nelle università si affacciano le BR; il Sud contempla le ceneri della Rivolta di Reggio Calabria. ConDetenuto in attesa di giudizio, Nanni Loy partorisce un’opera coraggiosa e necessaria sulla malagiustizia, oltre che un’analisi in forte anticipo sui tempi sull’inferno delle prigioni italiane. Lo sporco delle celle rimane attaccato addosso; cinema di denuncia che prende alla gola, attraverso un grottesco italico di cui si è perso lo stampo. Intuizione geniale: un film drammatico popolato, a partire dal protagonista, da facce comiche. Tano Cimarosa, Silvio Spaccesi, Gianni Bonagura, la futura maschera fantozziana Giuseppe Anatrelli. Incredibile cameo di Lino Banfi, nel ruolo del viscido direttore del carcere.

“Maledetti bastardi, sono ancora vivo”: Papillon

Senza citarlo, un discorso sul cinema carcerario non sarebbe nemmeno abbozzabile. Dopo un decennio in cui la Francia ha dettato legge nel cinema, nel 1973, per una sorta di contrappasso, arriva Papillon. Qualcuno, poi smentito, sospetta che esageri. Invece il film di Franklin J. Schaffner, tratto dal libro di Henri Charriére, è attendibile nell’esporre le condizioni di vita estreme dei detenuti nella colonia penale della Guyana francese negli anni ’30.

Steve McQueen e Dustin Hoffman in due ruoli indimenticabili. Per il sistema giudiziario, la deportazione è un pezzo di carta con cui archiviare per sempre il fascicolo di un criminale (“La Francia si è liberata di voi definitivamente”). Schaffner ci mostra quel pezzo di carta come il biglietto per una vita peggiore di qualsiasi morte (la “ghigliottina secca”, la chiamano). Tentare la fuga non è un gesto di ribellione. È lotta per la vita.

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