Nuovi epicentri della fame nel mondo: l’altro virus

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Nuovi epicentri della fame nel mondo: l'altro virus

Con l’arrivo del Covid-19 tante cose sono cambiate, accentuando difficoltà preesistenti. Ecco perché paesi come India, Brasile e Sud Africa stanno diventando i nuovi epicentri della fame nel mondo.

A causa della perdita di molti posti di lavoro e del periodo di emergenza che ci stiamo trovando a vivere a livello internazionale, fame e denutrizione sono aumentate in zone del mondo già colpite da povertà, crisi climatiche, disastri naturali e conflitti. Il virus ha infatti contribuito ad accentuare la difficoltà nel reperire cibo, come dimostrano recenti dati.

Scenari pre-covid sulla fame nel mondo

Se prima del Coronavirus eradicare del tutto il problema della fame poteva sembrare impossibile ad oggi sembra ancora più difficile poter raggiungere questo obiettivo.

Solo l’anno scorso, circa 750 milioni di persone nel mondo risultavano esposte a gravi livelli di insicurezza alimentare. Secondo uno studio di Oxfam, Yemen, Repubblica Democratica del Congo e Afghanistan, erano tra i primi paesi al mondo a soffrire per la mancanza di cibo. Nel caso dello Yemen, il 53% dell’intera popolazione.

Non a caso l’obiettivo Zero Hunger è stato collocato al secondo posto dalle Nazioni Unite nella lista dei 17 Obbiettivi di Sviluppo Sostenibile da raggiungere entro il 2030.

Numeri preoccupanti quelli pre-pandemici. Ci fanno intuire che se prima eravamo lontani dal traguardo Zero Hunger, adesso lo siamo ancora di più.

Il World Food Program ha infatti stimato che a causa della crisi economica innescata dal Coronavirus il livello di fame nel mondo potrà aumentare fino all’82%, entro la fine dell’anno. Questo significa che tra le 6.000 e le 12.000 persone ogni giorno potranno morire per mancanza di cibo causata dai problemi economici e sociali conseguenti alla pandemia. Problemi da sommare a quelli che molti paesi in via di sviluppo si trovavano già a dover fronteggiare. Come nel caso dello Yemen, devastato da 5 anni di guerra civile, che ad oggi non sembra raggiungere una tregua.

Nuovi epicentri della fame

Con l’esplosione della pandemia, la maggior parte dei paesi ha dovuto sperimentare periodi di lockdown totale o parziale. In molti hanno dovuto interrompere le loro attività lavorative. Conseguente è stata la crescita dell’insicurezza alimentare, anche nei paesi occidentali. Un esempio è il Regno Unito. Secondo dati raccolti dal governo britannico durante le prime settimane di lockdown, circa 7.7 milioni di adulti hanno ridotto i loro pasti e circa 3.7 milioni hanno chiesto aiuto a food charity.

I paesi che preoccupano di più in questo scenario pandemico – è forse troppo presto per definirlo post – sono però Brasile, India e Sud Africa.

Il Brasile, che dal 2015 ha visto aumentare esponenzialmente il numero di persone colpite dalla fame; l’India, dove nel 2019 il 14,5% della popolazione soffriva di malnutrizione. Il Sud Africa dove 13.7 milioni di persone non hanno abbastanza cibo e il divario di genere nel mercato nel lavoro è molto elevato. Le donne guadagnano infatti il 27% in meno rispetto agli uomini.

Questi paesi rischiano di diventare i nuovi epicentri della fame nel mondo.

Secondo un report di ILO (Organizzazione Internazionale del lavoro) infatti, nel mondo, circa 305 milioni di posti di lavoro full-time sono stati persi a causa della pandemia. Le categorie più colpite sono state quella delle donne e dei più giovani. Questi dati sono rilevanti soprattutto se teniamo in considerazione che il 61% delle persone al mondo lavora in modo informale. Questo significa quindi lavorare senza diritti e tutele, con gravi conseguenze anche nel caso in cui perdessero il posto di lavoro, proprio come è accaduto durante i lockdown.

Previsioni per il futuro

I numeri delle ultime settimane mostrano un aumento dei contagi in tutti il mondo. Alcuni paesi hanno già adottato nuove misure restrittive -tra cui l’Italia- riducendo l’orario di apertura di ristoranti e bar. o attuando un coprifuoco per le ore serali-notturne, come finora avvenuto in Lombardia, Campania e Lazio. Decisioni che porteranno inevitabilmente alla perdita di posti di lavoro e del potere di acquisto di alcune fasce della popolazione.

Ecco allora che, spesso, la paura di nuovi lockdown pare più tangibile rispetto a quella di essere contagiati dal virus. In molti paesi già sull’orlo di crisi alimentari prima della pandemia, altre restrizioni, soprattutto quelle che limitano il lavoro informale, potrebbero rivelarsi fatali.

In questo contesto pandemico di fondamentale supporto sono gli aiuti umanitari.

Pochi giorni fa è stato assegnato il Premio Nobel per la pace 2020 al World Food Programme, l’Agenzia delle Nazioni Unite che cerca di garantire la sicurezza alimentare nel mondo. Il comitato norvegese per il Nobel ha deciso di assegnare il premio al WFP per la seguente motivazione:

“Finché non avremo un vaccino medico, il cibo sarà il miglior vaccino contro il caos.” 

Lo scenario che si pone davanti ai nostri occhi non è dunque dei migliori. Un vaccino -su cui riversiamo le nostre speranze- dall’aurea quasi divina e nuove restrizioni all’orizzonte. I dati forniti da Oxfam, ILO e WFP sembrano pertanto, ad oggi, destinati ad aumentare. Sempre più persone con meno lavoro e di conseguenza meno possibilità di potersi permettere un pasto adeguato.

Spesso gli aiuti umanitari non bastano ed è importante agire in prima persona. Certo, donare del cibo -anche se poco, come un pacco di pasta- a chi non può permetterselo non debellerà il problema della fame nel mondo e non impedirà il formarsi di nuovi epicentri della fame. Ma se tutti facessimo un solo piccolo gesto, potrebbe forse migliorare la situazione?

di Francesca Capacci

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