Il colore della giustizia: no a discriminazione razziale e multipla

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Il colore della giustizia: no a discriminazione razziale e multipla

Dalla discriminazione razziale a quella multipla. Esempi e riflessioni sulle “pandemie” del nostro tempo.

Oltre alla pandemia causata dal COVID-19, un altro tipo di epidemia sembra essersi drammaticamente affacciato. I giornali di tutto il mondo l’hanno definita “pandemia del razzismo”. Una pandemia che troppo spesso si sovrappone a un’altra: quella della discriminazione di genere.

Quando la discriminazione arriva dalla stampa: il caso Breonna Taylor

La morte dell’afroamericano George Floyd, che lo scorso 25 maggio gridava disperatamente: «I CAN’T BREATHE! (non posso respirare)» ai poliziotti che lo hanno percosso con estrema violenza è ormai tristemente nota all’opinione pubblica. Tuttavia questa strage si è rivelata utile nel porre l’accento su un analogo fatto di cronaca che la stampa americana aveva precedentemente ignorato: l’omicidio di Breonna Taylor. La ventiseienne di colore è stata infatti uccisa nella sua abitazione dalle forze dell’ordine lo scorso 13 marzo, due mesi prima rispetto a Floyd.

Pertanto, sorgono spontanee le seguenti domande: perché tacere inizialmente su un fatto di sangue tanto grave? Perché la morte di una cittadina afroamericana dovrebbe avere meno valore rispetto a quella di un uomo della sua stessa etnia? Probabilmente, non sapremo mai la verità. Sfortunatamente, però, ci troviamo di fronte ad un caso ancor più preoccupante che aggiunge alla discriminazione razziale anche quella di genere. E’ il caso, appunto, di una “doppia discriminazione”, tema a volte sottovalutato eppure ancora molto presente.

Da Beyoncé a Michelle Obama: in lotta contro la doppia discriminazione razziale

Nell’ambito delle molteplici sfaccettature del razzismo, possiamo notare che le donne afroamericane sono continuamente vittime della cosiddetta “doppia discriminazione”. Nello specifico, le critiche sono rivolte sia al sesso sia all’etnia. A confermarlo sono, sfortunatamente, stereotipi che descrivono la donna di colore come “single, obesa, aggressiva e con figli a carico”. Inoltre, se simili pregiudizi sono accompagnati da comportamenti decisamente irrispettosi (es. commenti pesanti sui capelli crespi delle afroamericane), la questione si fa ancora più complessa. In tal senso, le donne di colore provenienti dal mondo dello spettacolo (es. la popstar Beyoncé, la conduttrice televisiva Oprah Winfrey) e della politica (es. l’ex First Lady Michelle Obama) rappresentano una vera e propria voce fuori dal coro in un’America che, malgrado i nobili principi su cui si fonda la propria Costituzione (es. libertà ed eguaglianza), sembra non essersi ancora avviata verso la strada dell’integrazione e dell’inclusione.

Il colore della giustizia: no a discriminazione razziale e multipla

In particolare, Beyoncé e Michelle Obama hanno fatto sentire in maniera incisiva la loro voce, unendosi alle proteste per la morte di George Floyd, ma soprattutto per quella di Breonna Taylor. Ad esempio, in occasione dei BET Awards (premi attribuiti agli afroamericani nell’ambito della musica e dello spettacolo) dello scorso 29 giugno, la popstar ha tenuto a sottolineare quanto sia importante lottare per cambiare «un sistema razzista e diseguale». Allo stesso modo, Michelle Obama ha definito il razzismo «una realtà con la quale non si può continuare a scendere a patti».

Personalità così carismatiche costituiscono di certo un valido punto di riferimento per le cittadine afroamericane, ma quando si potrà effettivamente assistere al declino della discriminazione razziale e di genere? Al momento, sembra non esserci soluzione questo interrogativo. Fortunatamente, però, non è mancata la solidarietà da parte delle donne italiane dello spettacolo durante la protesta sui social network nota come “Blackout Tuesday”.

“Blackout Tuesday”: la solidarietà parla anche italiano

Nelle scorse settimane, social network come Twitter e Instagram sono stati letteralmente tempestati di immagini di colore nero. Questo fenomeno di carattere virale prende il nome di “Blackout Tuesday”. Si tratta, appunto, di un tacito ma significativo dissenso verso l’ondata razzista che si è recentemente propagata in America. In quest’ambito, anche la solidarietà da parte dell’Italia ha contribuito ad evidenziare l’efficacia del messaggio. Difatti, anche le donne dello spettacolo di “casa nostra” hanno ritenuto importante ricordare quanto odio pervada ancora la società di oggi.

Personalità come le cantanti Elisa e Giorgia e l’attrice Anna Foglietta hanno voluto commemorare George Floyd e Breonna Taylor con un toccante ma emblematico “silenzio virtuale”. In particolare, la Foglietta ha abilmente sottolineato l’ingiusta iniquità con cui la stampa americana ha scelto di parlare di queste vittime, dando un maggiore risalto al caso Floyd. Tuttavia, anche il nostro Paese non risulta essere “immune” al “virus” della discriminazione razziale. Uno degli esempi più eclatanti che lo confermano è costituito dagli insulti rivolti all’ex ministro di origini congolesi Cécile Kyenge.

C’era una volta un “orango”: ricordando il caso di Cécile Kyenge

È il 28 aprile 2013 quando la deputata italo-congolese Cécile Kyenge viene nominata Ministro per l’integrazione dall’allora Premier Enrico Letta (PD). Se da un lato questa nomina l’ha fatta passare alla storia come primo ministro di colore della Repubblica italiana, dall’altro ha suscitato lo sdegno di alcuni esponenti politici. In particolare, il disappunto relativo alle misure che la Kyenge intendeva adottare in materia di immigrazione ha spinto il Vicepresidente del Senato, nonché membro della Lega Nord (allora all’opposizione) Roberto Calderoli ad umiliarla pubblicamente, definendola un “orango” (chiaro insulto alle origini dell’ex ministro). L’ex deputata ha scelto di non replicare alle offese, ma il suo silenzio stampa ha chiaramente evidenziato quanto il nostro Paese sia ancora schiavo del pregiudizio, nonché quanta importanza venga attribuita alle idee in base al colore della pelle.

Pertanto, urge porsi ulteriori domande: riuscirà mai l’Italia ad essere più virtuosa in materia di integrazione rispetto ad altre nazioni decisamente ostili? Ce la farà a guarire dal male della discriminazione razziale? Come scrisse Alessandro Manzoni nell’ode “Il cinque maggio”: «Ai posteri l’ardua sentenza».

di Federica Garzione

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