I can’t breathe: la morte di George Floyd

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non si può tacere di fronte alla morte di floyd

In occasione della Giornata Europea contro i Crimini d’Odio abbiamo deciso di ripercorrere insieme la violenta morte di George Floyd. L’episodio di Minneapolis. Le manifestazioni in tutto il mondo e la presa di posizione del movimento Black Lives Matter.

22 Luglio 2011, Norvegia, oltre 70 giovani uccisi a causa della ideologia razzista e discriminatoria del killer. 25 maggio 2020, un’agente di polizia uccide George Floyd abusando del proprio potere ed esercitando estrema violenza su di lui perchè nero. Dall’episodio di Utoya niente cambia. Ancora una volta si muore a causa del razzismo, della discriminazione, dell’odio.

Oggi, in occasione della Giorata Europea contro i Crimini d’Odio, abbiamo deciso di ripercorrere insieme la violenta morte di George Floyd. Vogliamo commemorare attraverso il raccoto di questo episodio le tante, troppe, vittime dell’odio che ancora oggi, ogni giorno, subiscono l’effetto devastatore dell’odio. Un momento per riflettere, per capire e per ricordare, con la speranza che le coscienze restino sveglie e non si debba più commemorare altre vittime dell’odio.

La ricostruzione

Il 25 maggio 2020 a Minneapolis, Minnesota, l’agente di polizia Derek Chauvin uccise un afroamericano di 46 anni, George Floyd inginocchiandosi sul suo collo per 8 minuti e 46 secondi. La sequenza di quello che è stato condannato come omicidio, è stata ripresa in un video amatoriale da una persona che ha assistito alla scena e che l’ha poi diffuso.

Nel video, l’audio ha destato ulteriore clamore: si sente Floyd dire “I can’t breathe” – non riesco a respirare – le stesse parole usate da Eric Garner, un afroamericano di New York che morì nel 2014 soffocato mentre veniva arrestato.

Le reazioni

Nelle settimane successive la morte di Floyd, oltre un migliaio di proteste – la maggior parte pacifiche, anche se alcune devolute alla violenza – hanno attraversato l’America.
Floyd, infatti, è una delle circa 1.100 persone uccise ogni anno dall’uso improprio della forza da parte della polizia negli Stati Uniti. La rilevazione arriva dai dati compilati da Fatal Encounters – agenzia non profit che ha tracciato tutti decessi causati dalla polizia americana dal 2000 ad oggi. La polizia americana commette, ogni anno, violazioni dei diritti umani a un ritmo incredibilmente elevato, in particolare contro la comunità afroamericana.

Giovani folle multirazziali hanno riempito le strade in tutti gli Stati Uniti, sia nelle grandi metropoli che nei piccoli centri abitativi. Le mobilitazioni, nate dopo l’episodio, hanno immediatamente chiamato in causa non solo la violenza in sé ma anche le condizioni di abbandono e povertà dei quartieri a maggioranza afroamericana.
A seguito delle proteste, l’autorità competente ha arrestato i quattro agenti coinvolti nella morte di Floyd.
Un primo passo, ancora insufficiente per arrivare alla giustizia.

Il destino di Black Lives Matter

Sulla scia della morte di George Floyd, il movimento Black Lives Matter ha dato a milioni di americani un “nuovo linguaggio” per discutere la caotica realtà di una nazione che rimane nelle mani del razzismo strutturale.

black lives matterIl movimento Black Lives Matter, – fondato nel 2013 da tre donne di colore: Alicia Garza,  Opal Tometi  e  Patrisse Cullors – unisce le tradizionali rivendicazioni della comunità afroamericana con quelle di altri gruppi oppressi (comunità LGBT e gruppi femministi su tutti).

Il movimento svolge un ruolo importante dove ce n’è più bisogno soprattutto a livello locale, nelle zone in difficoltà del paese. Trasformano le proteste in proposte politiche per migliorare la condizione di vita di coloro che sono sottoposti a discriminazione per il colore della loro pelle. In molte città, le pressioni del movimento hanno portato le autorità comunali e i dipartimenti di polizia ad adottare misure per ridurre le violenze nei confronti delle minoranze.

Le reazioni del mondo

La morte di George Floyd, ha mobilitato anche proteste e manifestazioni in ogni parte del globo. A Milano, i manifestanti, dopo un corteo di protesta, si sono seduti con le mani intorno al collo di fronte al Duomo con cartelloni che riportavano la scritta “I can’t breathe”, citando le parole morenti di Floyd. In Australia, gli attivisti hanno scritto la frase con candele. A Dublino il corteo pacifico ha concluso la giornata di protesta inginocchiandosi, con i pugni in aria, cantando: “No justice, no peace” – Niente giustizia, niente pace. L’ultima volta che il mondo ha visto una mobilitazione di questa portata è stato a sostegno della lotta Sudafricana anti-apartheid.

A dare ulteriore drammaticità al tema è l’intervento del fratello di George Floyd, Philonyse Floyd, all’ONU: “Le vite dei neri negli Usa non contano”, ha detto ”quegli agenti hanno mandato questo messaggio”. Non a caso uno degli slogan adottati dalle manifestazioni di protesta di questi giorni è stato proprio Black Lives Matter.

“Gli agenti non hanno mostrato pietà né umanità – ha accusato il fratello – e hanno torturato a morte mio fratello per le strade di Minneapolis davanti ad una folla di testimoni che guardava e li implorava di smettere, dando al popolo nero ancora una volta la stessa lezione: che la vita dei neri non conta negli Stati Uniti”.

Cosa dobbiamo trarre da questa storia?

In un breve saggio pubblicato lo scorso Giugno 2020, il segretario dell’istituto di ricerca di
Smithsonian, Lonnie G. Bunch, ha scritto che la recente uccisione nel Minnesota di George Floyd ha costretto il paese a “confrontarsi con la realtà. Nonostante i diritti ottenuti negli ultimi 50 anni, gli Stati Uniti d’America siamo ancora una nazione lacerata dalla disuguaglianza e dalla divisione razziale”.

La strada da percorrere contro l’odio è ancora lunga ma ora più che mai è necessario continuare a percorrerla per cercare di tener alta l’attenzione su tematiche così delicate. Le manifestazioni nate dopo questa vicenda e le prime azioni riparatrici e di cambiamento legislativo sono un buon segnale ma sono solo l’inizio. La lotta ai crimini d’odio dovrebbe avere un approccio trasversale, cooperativo e globale e vedere uniti in un dialogo istituzioni e società civile, che questa sia la volta buona?

Tuttavia non possiamo fare a meno di chiederci: è davvero necessario un evento così drammatico, come la morte di un uomo, per risvegliare le coscienze dormienti dei cittadini? Possibile che non si possa lavorare per combattere le discriminazioni che ogni giorno subiamo nel mondo senza dover attendere episodi così tragici? E noi cosa possiamo fare?

A voi la riflessione.

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