Le seconde generazioni in Italia: il dibattito si riapre

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Le seconde generazioni in Italia: il dibattito si riapre

L’Italia è paese multiculturale che vanta un numero sempre maggiore di giovani con background migratorio. Nonostante siano nati e/o cresciuti in Italia non hanno una vera identità. Perché per le seconde generazioni è così difficile essere italiani?

In Italia, come nel resto del mondo, in questi ultimi mesi si è sentito molto parlare dei casi di George Floyd, Breonna Taylor o di Rayshard Brooks e del movimento #blacklivesmatter, con manifestazioni non solo in città come Roma ma anche Torino, Bologna e Cagliari. L’impressione è che questo tema non abbia smosso le coscienze dell’intera popolazione, che ancora oggi non si rende conto del razzismo radicato negli italiani nei confronti della popolazione di colore e non, ma che abbia spostato l’attenzione verso dei temi futili, come la censura di film come Via col vento, o la rimozione della statua di Montanelli a Milano. Sotto questo, però c’è molto altro.

Da qualche giorno si riparla finalmente di Ius Soli e di Ius Culturae con una nuova proposta di legge, che era stata approvata alla Camera nel 2015. Attraverso quest’ultima si faciliterebbe la presa di cittadinanza e si inizierebbe un percorso verso la parità sociale che sarebbe dovuto iniziare tanti anni fa.

Il dibattito italiano sulle nuove generazioni

In Italia i giovani di seconda generazione sono circa 1 milione e 316 mila, come riportato nell’indagine Istat del 2018. In tutta Europa sono circa 19 milioni.

Con il termine seconde generazioni ci si riferisce a tutti i figli di immigrati nati e/o cresciuti nei paesi di immigrazione dei genitori. In realtà è una parola molto complessa che va ad indicare diverse situazioni: figli di immigrati nati in Italia, figli di immigrati nati nel paese di origine dei genitori, minori stranieri non accompagnati, minori arrivati per adozione internazionale e figli di coppie miste. In Italia rappresentano circa il 13% della popolazione minorenne. Sono italiani a tutti gli effetti anche se spesso vivono sospesi tra due culture e per ottenere la cittadinanza italiana devono aspettare il compimento della maggior età.

Gli invisibili (non) italiani

I giovani appartenenti alle seconde generazioni hanno molti meno diritti rispetto agli altri. Non riconoscere loro la cittadinanza è come voler chiudere gli occhi sul fatto che l’Italia sia da sempre un paese multiculturale, data anche la sua posizione strategica in Europa e la vicinanza con l’Africa. Non voler riconoscere queste persone come italiani significa non guardare la realtà e andare ancora una volta verso la direzione della disuguaglianza sociale e politica.

Questi ragazzi benché nati in Italia sono considerati stranieri nel Paese in cui sono cresciuti e la loro vita quotidiana si scontra con una serie di problemi non di poco peso: il rischio di dipendere fino alla maggior età al permesso di soggiorno dei genitori, l’impossibilità di iscriversi a campionati stranieri nazionali (sportivi), le problematiche dei viaggi all’estero causate dai documenti e/o visti o semplicemente accedere a dei contributi assistenziali come le borse di studio e servizi mensa. I giovani di seconda generazione per un lungo periodo della loro vita rimangono invisibili agli occhi dello stato italiano, che non si cura della loro presenza e causa degli intralci nel processo di integrazione con coetanei e non.

Informarsi sulle nuove generazioni in Italia ed Europa

Oggigiorno sono presenti diverse associazioni che si battono per i diritti degli immigrati e dei giovani con background migratorio. Tra questi vogliamo indicarvi il recente progetto europeo OLTRE – Oltre l’orizzonte, contro narrazioni dai margini al centro, che vuole sensibilizzare sul tema della radicalizzazione islamica e fornire delle rappresentazioni alternative e positive di numerosi esempi di inclusione nel nostro Paese ma anche in Europa. Per esempio, Sumaya Abdel Qader, italo-palestinese e prima consigliera islamica di nuova generazione al comune di Milano e Yasmine Ouirhrane che ad Aprile 2018 è diventata la prima italiana a vincere il premio di Giovane Europeo dell’anno, assegnato per i successi ottenuti nel campo dell’integrazione in ambito comunitario.

Dal 9 luglio è inoltre online su YouTube la mini webseries del progetto “Rajel”, in cui si parla di stereotipi, pregiudizi, amore, culture differenti e ovviamente, seconde generazioni.

L’intervista a Kawtar Es Skib

Per avere una testimonianza diretta di questa realtà abbiamo fatto qualche domanda a  Kawtar, una studentessa universitaria con background migratorio che vive in Sardegna.

Ciao Kawtar, vogliamo sapere chi sei e cosa fai nella vita:

“Mi chiamo Kawtar, ho 22 anni e vivo in Sardegna da 16 anni: attualmente mi definisco sardomarocchina. Sono arrivata qua all’età di 5 anni e attualmente sono iscritta all’Università di Cagliari, presso la facoltà di Scienze Politiche con indirizzo in Relazioni Internazionali.”

Si può dire che tu sia italiana a tutti gli effetti quindi, hai la cittadinanza?

“Anche se mi sento metà italiana, anzi per il 60% lo sono e me lo sento, non ho la cittadinanza, poiché il mio reddito risulta più basso del minimo che dovrei avere per ottenerla. I miei genitori non si sono mai interessati ad averla, di conseguenza nella mia famiglia non ce l’ha nessuno.”

Cosa comporta per te non avere la cittadinanza italiana nella vita quotidiana?

“Non riesco a sentirmi completamente parte di questa comunità perché non posso votare, non posso decidere anche io per il mio Paese, e non mi sento neanche di avere le stesse opportunità di chi è nato da genitori italiani. Non posso accedere ai concorsi pubblici o anche ad alcuni lavori, per esempio nell’esercito o semplicemente fare un’esperienza di mobilità Erasmus per più di sei mesi. Mi sento in un certo senso tagliata fuori nei diritti politici ma anche nel sentirsi parte integrante di questo territorio. Per lo stato sono solo un immigrato regolare con permesso di soggiorno illimitato, anche se conosco benissimo le leggi italiane e la storia dell’Italia, molto meglio di quella del mio paese d’origine. È frustrante perché non posso avere le stesse possibilità ed opportunità dei miei coetanei.”

Spiegaci come sei arrivata in Italia e come ti sentivi appena arrivata

“Mio padre è venuto qua in Italia negli anni ’90, io, mia sorella e mia madre siamo arrivate nel 2003 tramite il ricongiungimento familiare. Durante i primi anni qua, diciamo che mi sono sentita diversa perché mi sentivo ovviamente marocchina e odiavo tutto quello che non lo era (non proprio odio, ma non mi piaceva).

Arrivata poi all’adolescenza, non mi sono più sentita solo marocchina, ma anche altro. Per quanto riguarda la cittadinanza, fino alla quarta superiore pensavo che avrei avuto le stesse opportunità di un mio coetaneo. Andando agli Open day dell’università, incuriosita da alcuni stand come quello militare o della scientifica, ho scoperto che potevo accedere solo con la cittadinanza, anche alla maggior parte dei concorsi. Ancora adesso non ho la cittadinanza, e come me anche mia sorella. I miei fratelli invece, nati qua, a 18 anni la potranno avere, ma comunque la dovranno richiedere perché non è automatico e soprattutto devi dimostrare che sei sempre stato residente qua.”

E tu quando potrai prendere la cittadinanza?

“Io dovrò aspettare di avere un lavoro stabile, per poter alzare il reddito e dovrò necessariamente avere dei documenti dal Marocco, come l’atto di nascita e la fedina penale, che deve essere pulita (che poi, mi chiedo che crimini potrei mai aver commesso all’età di 5 anni).”

di Sara Mattana

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